Briciole di libertà, briciole di salute

Briciole di libertà, briciole di salute: questa ci sembra la sostanza dei nuovi provvedimenti per fronteggiare il rischio di coronavirus nelle carceri. Soluzioni deboli e inadeguate, in luoghi in cui c’è fame di tutto, di spazi più accettabili, di cure, di informazioni attendibili.

Gentili cittadini liberi anche se reclusi in casa, gentile ministro della Giustizia, gentile ministro della Salute, la prima cosa che vorremmo ricordarvi riguarda i rischi che state/stiamo correndo: se il virus si diffonderà nelle carceri, si riverseranno sul sistema sanitario già così pesantemente provato migliaia di malati, tra persone detenute e operatori. Perché nessuna “distanza sociale” si può rispettare in carceri sovraffollate, dove vivono persone spesso fragili per un passato di tossicodipendenza e tante patologie.

Ancora una volta assistiamo invece, rispetto alle carceri, all’emanazione di provvedimenti nati dall’urgenza del momento e che però prevedono molteplici fattori che rischiano di limitare gli effetti a un numero ridotto di casi a livello nazionale.

In accordo ai primi DPCM con i quali il Governo imponeva, per prevenire il rischio di contagio da coronavirus nella società, l’utilizzo dei dispositivi individuali di protezione, anche il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria avrebbe dovuto provvedere ad applicare nelle carceri le stesse misure, in realtà per circa tre settimane questo si è tradotto in quasi nulla di fatto con la Polizia Penitenziaria e in generale gli Istituti di pena spesso privi di gel disinfettanti, guanti, mascherine, e adesso c’è un ritardo desolante nell’affrontare l’emergenza sanitaria. Ora si prevedono nuove misure per fronteggiare il sovraffollamento e per contenere il pericolo del contagio all’interno degli Istituti penitenziari, ma è davvero troppo, troppo poco. E crescono la disperazione, la paura, la rabbia.

L’emergenza sovraffollamento già in passato era stata fronteggiata, con strumenti però ben più efficaci e celeri, da un lato facendo ricorso alla liberazione anticipata speciale pari a 75 giorni anziché 45 a semestre, dall’altro con la detenzione domiciliare speciale. Oggi, che l’emergenza è doppia, sovraffollamento e coronavirus, le misure sono davvero debolissime: lasciamo ai giuristi il compito di cercare disperatamente di proporre, in sede di conversione del decreto, modifiche significative all’ultimo DPCM, ma bisogna che per lo meno la detenzione domiciliare speciale sia concessa a chi ha un residuo pena fino ad almeno due anni, senza la previsione del braccialetto elettronico e soprattutto senza tutte le altre limitazioni, in particolare relative all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario.

Un’ultima osservazione: certamente, tra gli ammalati nel mondo “libero”, ci saranno anche chissà quante persone che hanno massicciamente evaso le tasse o contribuito a inquinare l’ambiente, creando danni a tutti noi, e ora vengono curate dalla sanità pubblica. Allora, forse dobbiamo cominciare a riflettere sul fatto che i “cattivi” non sono solo quelli rinchiusi, e che il sistema sanitario non deve guardare alle colpe, ma alle persone. E se le persone si ammaleranno in carcere, non potrete far finta di nulla. Cominciate tutti a riflettere sul fatto, che persone che hanno da scontare ancora fino a un massimo di 18 mesi (ma noi speriamo che si arrivi almeno a 24 mesi) usciranno comunque presto, e mandarle oggi in detenzione domiciliare invece che lasciarle a intasare le galere significa agire per la sicurezza di tutti, la sicurezza sanitaria ma anche la sicurezza sociale.

Ornella Favero

Pubblicato da Francesca Valente

giornalista professionista

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