Coronavirus nelle carceri, riflessione e ascolto siano la cura contro il pregiudizio

di Paola Cigarini, presidente Conferenza regionale Volontariato Giustizia per l’Emilia-Romagna

Noi volontari siamo purtroppo esclusi dagli istituti penitenziari da un mese, quindi da prima che scoppiassero le rivolte, e questa condizione non ci permette di parlare con le persone recluse, di vedere a che punto è la situazione, sentire il loro stato d’animo. La nostra esperienza è lunga e ci fa pensare realisticamente che la situazione sia di molta paura e tensione e l’isolamento imposto per contrastare la pandemia non fa che alimentarlo. L’amministrazione penitenziaria sta cercando a modo suo di tamponare quella che è una situazione che si può facilmente immaginare. La situazione è preoccupante non solo per chi è recluso ma anche per chi lavora nelle carceri, piccole città dove dovrebbero essere attuate le stesse precauzioni che siamo invitati a tenere fuori, ma che dentro non si riescono a garantire. Non parliamo solo di mascherine, pulizie o distanziamento sociale, ma anche banalmente di disinfettanti, che ad esempio andavano dati un po’ prima. Per non parlare del sovraffollamento, questione a cui va chiesto di trovare una soluzione da anni.

Allora oggi più che mai dobbiamo capire che se in quella comunità passa un contagio, il sovraffollamento presenterà il conto. Siamo arrivati a livelli già puniti dalla Corte Europea: allora se il diritto alla libertà viene sottratto durante l’esecuzione della pena,

il diritto alla salute come agli affetti sono di tutti.

Non chiediamo alla persona che arriva in ospedale se ha pagato le tasse in tutti questi anni e il detenuto peraltro le paga se dentro è messo nelle condizioni di poter lavorare.

Le proteste che sono scaturite nelle carceri e nate da questa serie di concause sono state dolorose per molti aspetti, raggiungendo esiti che ci hanno fatto soffrire; vanno sicuramente condannate, anche se mi piace precisare che non sono state alimentate ma anzi combattute dai detenuti stessi, a Modena dove opero io ma anche in altri istituti. Conoscevo tutte le persone che sono morte nel mio carcere, detenuti che hanno sempre manifestato rabbia e disagio in condizioni difficili di chiusura, di temporanea rottura con la società e la famiglia. Spero soltanto che abbiano potuto trovare la libertà e la serenità che non hanno trovato altrove in quell’ultimo gesto smodato e incontrollato. Questo per dire che le rivolte andrebbero analizzate attentamente e prese con grande serietà, ma le reazioni raccolte dimostrano ancora una volta che la comunità esterna fatica a pensare al carcere senza pregiudizi o condizionamenti. Ma non dimentichiamo che

dietro alle persone detenute ci sono famiglie, mogli, mamme

tra le quali si moltiplicano le paure, legate non soltanto a questa emergenza sanitaria.

Tra le soluzioni che sono state condivise attraverso le ultime circolari c’è l’incremento delle telefonate e dei colloqui via Skype, ma pensiamo che se qui fuori funziona in un modo, là dentro è tutto più lento e fragile, così una telefonata in Brasile cade tre volte su quattro, aumentando la tensione. Centrale è anche il tema dell’affidamento di persone con pene in scadenza, o malate, o che hanno un’età che non le dovrebbe condannare al carcere. Ma questo mondo esisteva già prima, anche se quelli che potrebbero uscire non sanno dove andare. Il terzo settore e il volontariato sono stati tirati in ballo ma la legge non prevede contributi, così l’amministrazione penitenziaria finisce per togliere i detenuti da un posto scaricandoli sulle spalle del mondo esterno. Noi ce ne faremmo carico volentieri, ma il territorio non è attrezzato per riceverli. Le strutture di accoglienza sul territorio sono quasi tutte piene di senza fissa dimora, malati, per l’emergenza freddo, tutte persone fragili, esposte in modo tragico alla contrazione del virus. Nessuno ha l’interesse a far esplodere l’epidemia in questi luoghi, che non si possono espandere e non possono più contare sull’ausilio dei volontari. Allora quando si fanno le circolari o si emanano delle nuove norme, bisognerebbe pensare prima anche a questi aspetti. La responsabilità del buon esito di un trattamento è delle persone recluse innanzitutto, ma anche delle istituzioni e della società esterna.

In questo momento poi in cui siamo un po’ tutti agli arresti domiciliari e che stiamo già provando cosa vuol dire non potersi muovere o abbracciare i propri cari, forse capiremo quanto è importante la libertà, la vicinanza, gli affetti, la solidarietà. Siamo molto preoccupati, ma speriamo che d’ora in avanti si cominci a guardare quel mondo non soltanto attraverso la lente del giudizio, ma soprattutto sotto la luce della riflessione e dell’ascolto.

Pubblicato da Francesca Valente

giornalista professionista

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