Carcere, un aggiornamento sulla Fase due

Come volontariato nell’ambito della Giustizia abbiamo cercato tempestivamente di avanzare le nostre proposte rispetto alla Fase due nelle carceri e abbiamo ritenuto utile, come primo passo, chiedere al Garante nazionale Mauro Palma di confrontarsi con le associazioni che la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia rappresenta, proprio in considerazione del fatto che l’ufficio del Garante fin dall’inizio della pandemia ha dato una informazione puntuale e dettagliata sulla situazione nelle carceri e nell’area penale esterna.
Il 12 maggio si è svolta la prima videoconferenza in cui Mauro Palma, Daniela De Robert, Emilia Rossi, componenti del Collegio del Garante Nazionale, hanno incontrato la CNVG. È intervenuto anche Stefano Anastasia, coordinatore dei Garanti territoriali. Ecco i temi affrontati rispetto alla Fase 2, su cui chiediamo da subito di essere chiamati a un confronto e a una collaborazione costruttiva dalle direzioni dei diversi istituti penali.

La necessaria ripresa dei colloqui con i famigliari

L’ultimo Decreto che affronta la questione delle scarcerazioni dei boss mafiosi all’articolo 4 delega ai direttori, in accordo con l’autorità sanitaria regionale, il compito di riaprire gradualmente ai colloqui delle persone detenute con i loro famigliari nella misura di almeno un colloquio al mese con almeno un congiunto. Servono misure efficaci per permettere questa graduale ripresa: dal rafforzare il sistema delle prenotazioni telefoniche all’attrezzare meglio le aree verdi all’aumentare in modo consistente giorni e orari di colloquio, per poter ridurre i numeri e distanziare le persone (pensiamo con sgomento agli sgabelli in acciaio imbullonati al pavimento di Oristano…) al predisporre spazi di attesa più ampi (pensiamo alla stanzetta del carcere di Parma dove sono accatastate di solito decine di famigliari…).
Con il Garante abbiamo sottolineato l’importanza che questo inizio di Fase 2 e questi primi passi nel ripristinare i colloqui famigliari siano monitorati e diventino occasione di ripensare il tempo e gli spazi tristi degli affetti. Il Volontariato ha sempre avuto una piattaforma articolata su questi temi ed è disponibile a dare senz’altro un contributo forte.

Le tecnologie devono restare anche per i percorsi rieducativi/risocializzanti

La cosa più drammatica che potrebbe succedere nella fase 2 è che le tecnologie, entrate finalmente in carcere, ne escano appena si tornerà a un po’ di normalità ripristinando i colloqui visivi.
Al Garante daremo tutto il nostro appoggio, visto che ha già espresso la volontà di sostenere l’uso delle tecnologie quando si tornerà alla “normalità”, perché anche in condizioni “normali” i rapporti con le famiglie, le telefonate e i colloqui nel nostro Paese sono veramente una miseria. E ci sono persone detenute che non possono fare i colloqui visivi (lontananza, parenti anziani e malati…) e che solo grazie alle videochiamate hanno potuto dopo anni rivedere le loro case e i loro cari.
Quella della videoconferenza è una modalità che potrebbe aprire grandi possibilità, soprattutto per ampliare gli spazi dello studio e dei percorsi rieducativi. Il Volontariato sta chiedendo ovunque l’utilizzo di piattaforme come Zoom e Meet, che cominciano a essere usate in qualche carcere (per esempio a Bergamo per la redazione, a Rebibbia e Modena per il teatro), facciamo in modo che diventi generalizzata questa pratica, e che sia monitorato l’impegno di ogni carcere a garantire l’uso delle tecnologie, eventualmente con risorse della Cassa Ammende. Le persone detenute non possono restare dei “senzatetto digitali”, se non vogliamo che il reinserimento diventi ogni giorno più difficile in una società, che le tecnologie le dovrà mettere sempre più al centro della sua vita.

Riaprire al volontariato significa riportare in carcere la funzione costituzionale della pena

Di massima importanza risulta riaprire l’accesso ai volontari e agli operatori della società civile, che attraverso il loro impegno realizzano progetti, che costituiscono importanti percorsi di crescita per le persone detenute.
È urgente reintrodurre una “vita sociale” nelle carceri riportando al loro interno la società civile attraverso delle corrette procedure di accesso al carcere a tutela dei volontari stessi, degli operatori e dei detenuti, tra cui l’utilizzo dei dispositivi individuali di protezione (mascherina, guanti e gel). Ogni giorno entrano nelle carceri migliaia di agenti e di altri operatori penitenziari, di sanitari, operatori esterni delle cooperative, non c’è motivo perché ora non riprendano a entrare, con le dovute precauzioni, anche i volontari.
Il reinserimento significa anche accesso ai permessi premio e poi alle misure alternative. I permessi oggi sono bloccati, non possono rimanerlo ancora a lungo, se non vogliamo svuotare di senso e di speranza le pene. Devono essere attuati, nel rispetto della sicurezza sanitaria. Quanto alle misure alternative, il Volontariato che accoglie e sostiene i percorsi di reinserimento e le cooperative che sono più attrezzate per offrire opportunità lavorative a soggetti svantaggiati devono mettere insieme le loro risorse e le loro competenze, già abbiamo collaborato con il Dipartimento della Giustizia Minorile e di Comunità sulla questione cruciale dell’accoglienza per chi può accedere a misure come la detenzione domiciliare, vogliamo continuare a farlo perché, nella difficile fase dell’uscita dal carcere, non vengano vanificati percorsi di reinserimento complessi, che richiedono attenzione e accompagnamento.

Il buco nero dell’informazione

Luigi Ferrarella, giornalista di cronaca giudiziaria ed editorialista del Corriere, in un articolo dell’11 maggio parla, a proposito dell’informazione sui temi della giustizia ai tempi del coronavirus, di “amnesie selettive”, perché elidere dall’informazione pezzi di realtà è forse l’unico modo per poter serenamente continuare a spacciare, al posto della realtà, la fiction del carcere come “luogo più sicuro al mondo”. Il caso che ha creato più scandalo, quello di Francesco Bonura, un esponente di spicco della mafia, un uomo di 78 anni, con un tumore grave, cardiopatico, è anche il caso in cui l’“amnesia selettiva” è stata più vergognosa: la gran parte dei giornalisti ha taciuto sul fatto che il detenuto era sì al 41-bis, ma che gli mancano pochi mesi al fine pena. Il fallimento dello Stato è che una persona finisca di scontare la pena nel regime del 41-bis ed esca senza aver fatto nessun percorso, dovrebbero invece essere ritenute Istituzioni credibili quelle che sanno prendersi cura della salute di TUTTI, anche dei mafiosi.
Al Garante abbiamo proposto di lavorare per creare momenti di formazione anche in remoto (e l’Ordine dei Giornalisti deve adeguarsi a questa nuova modalità) per i giornalisti, che poco conoscono la realtà dell’esecuzione penale e molti danni possono fare anche solo tacendo dati e cancellando pezzi di notizie significativi.
Vogliamo contribuire con la nostra competenza a informare e sensibilizzare le persone “dentro” e la società “fuori”, bombardata da una informazione, spesso superficiale e imprecisa, e vogliamo valorizzare le esperienze di redazioni nate all’interno delle carceri, anche qui chiedendo che l’uso di Internet non sia più un tabù.

Insieme, a fianco dei Garanti

La videoconferenza con il Garante nazionale è stata seguita da 100 persone perché quello è il limite della piattaforma ZOOM, abbiamo dovuto respingere molti altri volontari interessati. È innegabile che la tragedia della pandemia ci ha messo comunque di fronte all’obbligo di darci strumenti nuovi per confrontarci, comunicare, fissare degli obiettivi comuni, quindi il Volontariato deve fare tesoro di esperienze come il confronto con il Garante Nazionale, a cui chiediamo di continuare sulla strada del dialogo con cadenza regolare con le nostre realtà, che sono presenti in modo capillare nelle carceri e possono contribuire al monitoraggio di questioni vitali come la cura degli affetti, la salute, l’uso delle tecnologie.
Con i Garanti territoriali e il loro coordinatore Stefano Anastasia, abbiamo avviato una prima riflessione sulle prospettive della fase 2, nelle prossime settimane le Conferenze regionali Volontariato Giustizia si riuniranno con loro perché è adesso che c’è bisogno che la società civile torni a essere presente capillarmente nelle carceri e nell’area penale esterna: questa deve essere non un’occasione per pensare di “fare da soli” ma un’opportunità per lavorare fianco a fianco, ognuno valorizzando la sua specificità. Vogliamo tornare a portare nelle carceri le nostre idee, le nostre risorse, la nostra capacità innovativa.

Ornella Favero
Presidente Conferenza nazionale Volontariato e Giustizia

Pubblicato da Francesca Valente

giornalista professionista

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