Legami, affetti e genitorialità in carcere nella giornata internazionale della famiglia

È il regno privilegiato degli affetti, il luogo dove si sperimentano i sentimenti che, a differenza delle pulsioni e delle emozioni, non sono dati per natura, ma vengono acquisiti per educazione e cultura. Questo è, o dovrebbe essere, la famiglia.

Dare un nome al dolore, in tutte le sue manifestazioni, all’amore, alla gioia, alla paura, alla speranza, ci aiuta a distinguere i sentimenti dentro di noi e soprattutto ci mette nella condizione di non cedere all’impatto emotivo con gesti a volte dannosi e pericolosi. Mi ha sempre colpito l’incipit di “Anna Karenina”, di Lev Tolstoj: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, con esso intendendo che esiste un solo modo per essere felice: l’assenza di conflitti, la tranquillità economica, l’empatia, la solidarietà, ma vari modi per essere infelici perché le cause di insuccesso e fallimento sono diverse da famiglia a famiglia.

Il diritto all’affettività, la preservazione dei vincoli famigliari, il diritto alla genitorialità sono diritti imprescindibili del genere umano in qualsiasi contesto, tanto più in quello carcerario dove la detenzione si pone come obiettivo quello della “ri-educazione” che non può svilupparsi senza esplorare le parti del sé legate ai sentimenti e agli affetti. Sappiamo bene come gli spazi del carcere risultino anaffettivi e impermeabili all’emotività e come il genitore si faccia carico di una doppia perdita: quella legata alla propria libertà e l’altra legata alla quotidianità del rapporto con la famiglia, in particolar modo con i figli. Noi volontari raccogliamo spesso storie appesantite da sentimenti di inadeguatezza e di impotenza. Nel corso sull’autobiografia, che abbiamo tenuto nella sezione maschile, è risaltato profondo il senso di “vergogna” – non voglio che mio figlio veda dove sono finito, preferisco che non venga ai colloqui – e si sa quanto questo sentimento sia impenetrabile e riguardi necessariamente chi l’ha sperimentato. Una narrazione diversa è quella che ci viene offerta dai racconti dei padri che tendono ad una forte idealizzazione dell’immagine del figlio o figlia – mia figlia è bravissima, suona il piano, va a lezioni private due volte la settimana, a scuola ha ottimi voti ed è seguita amorevolmente dalla madre – quasi a voler annullare un riconoscimento di dimensione conflittuale e di difficoltà. I colloqui, unico momento di riunione famigliare in carcere, diventano un momento di grande importanza per il detenuto che cerca di ricucire rapporti bruscamente interrotti, di squarciare il non detto, di rompere i silenzi. Una riflessione va fatta per quanto riguarda le stanze destinate ai colloqui visivi e relativi spazi d’attesa, spesso di piccole dimensioni se non sovraffollati e costantemente sorvegliati, spazi non a misura di bambino. A tale proposito, “Nati per leggere” ha dato vita, nella Casa circondariale di Trieste, a un progetto che riguarda l’intrattenimento dei bambini in attesa del colloquio con il genitore. All’interno di un piccolo, ma colorato spazio giochi, tre volontarie attraverso l’uso di albi illustrati – molto più di semplici libri per bambini – danno voce a storie che si rivelano preziosi strumenti di interazione capaci di mitigare la freddezza dell’attesa. I libri risultano un importante strumento utilizzato dalle stesse volontarie nell’incontro con i padri detenuti per promuovere la genitorialità all’interno di un percorso di responsabilizzazione capace di elaborare il distacco, la lontananza e di affrontare situazioni complesse e spesso non svelate. Difficile è promuovere la genitorialità là dove non viene applicato il principio della territorialità della pena che, oltre a non sradicare il detenuto dal proprio contesto sociale, culturale e famigliare, consentirebbe ai bambini di poter partecipare ai colloqui senza essere sottoposti a viaggi estenuanti e costosi.

L’ingresso in carcere attua un meccanismo di spoliazione che priva i detenuti dei loro effetti personali e sappiamo, a questo proposito, come anche la fotografia di un figlio, della moglie, di un fidanzato, di una famigliare assuma un valore inestimabile e restituisca una dimensione di vicinanza.
Si può tenere nascosta la detenzione di un genitore? Quanto è difficile dire ai bambini ancora piccoli la verità? Sono domande che ci poniamo e che sorgono dall’ascolto delle testimonianze dei detenuti. Bugie a fin di bene, quasi a voler proteggere i figli dalla sofferenza che ne potrebbe derivare. Talvolta i padri detenuti ci raccontano di come preferiscano camuffare la realtà piuttosto che sentirsi porre delle domande che potrebbero mettere in discussione l’autorevolezza genitoriale. Allora, ai figli, viene detto che il papà è assente per motivi di lavoro, oppure che lavora dentro una fabbrica segreta, una caserma o qualche altro luogo improbabile. A questo proposito, psicologi e psicoterapeuti, sostengono come la verità debba sempre essere detta rispettando i tempi dei bambini e con le parole giuste. Quello che dovrebbe essere trasmesso al bambino è che se il genitore ha commesso un’azione sbagliata, non è detto che sia una persona sbagliata. Mascherare la realtà – i bambini intuiscono presto che qualcosa gli viene nascosto – può portare a leggere l’assenza del genitore in maniera diversa e i bambini possono sentirsi responsabili e sviluppare un profondo senso di colpa.
Mi sento di spendere ancora qualche parola per quelle situazioni che, talvolta, anche noi volontari facciamo fatica ad accogliere se non come parte di un vissuto di disagio e marginalità sociale spesso senza via d’uscita. Sono quelle realtà in cui il figlio adulto si trova a scontare la pena in carcere, mentre all’esterno un genitore anziano riveste ancora la figura di padre o madre accudente e, come tale, si accolla lunghi spostamenti, tempi di attesa estenuanti per i colloqui e l’onere del sostegno economico. Per quanto difficile e stridente, parliamo sempre di unità famigliare, di legami indissolubili, di affetti inscindibili.

Carmen Gasparotto
Volontaria Gruppo carcere Comunità di San Martino al Campo (Trieste) aderente alla CRVG

Pubblicato da Francesca Valente

giornalista professionista

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