Né subalterno, né di minore rilevanza

di Ornella Favero*

27 febbraio 2021

Così il Garante Nazionale, Mauro Palma, definisce il Volontariato e il Terzo Settore nelle carceri e in area penale esterna. Una storia comune a tante realtà del Volontariato e del Terzo Settore è che oggi si opera in carcere contando però sempre meno, in un mondo che, invece di aprirsi, con il diffondersi della pandemia sta ulteriormente accentuando una tendenza, che era già in atto da tempo, a chiudersi ogni giorno di più, in una visione “autarchica” in cui si pensa che l’Amministrazione possa fare tutto da sola, dando lavoro, rieducando, contenendo.

L’Ordinamento penitenziario recentemente riformato dice che il trattamento penitenziario “si conforma a modelli che favoriscono l’autonomia, la responsabilità, la socializzazione e l’integrazione” delle persone detenute. Il Volontariato che opera nelle carceri e nell’area penale esterna ritiene che anche l’apporto della società esterna si deve conformare a questi principi, cioè costituire un modello che favorisca l’autonomia, la responsabilità, la socializzazione e l’integrazione, e in più, con le sue attività di sensibilizzazione della società sui temi delle pene e del carcere, contribuisca a quella finalità che il giudice della Corte Costituzionale Luca Antonini ha definito “far vivere il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero dentro le mura del carcere“. Per questo l’organizzazione delle nostre attività nelle carceri e nell’area penale esterna richiede scelte e decisioni nelle quali abbiamo sempre chiesto di avere un ruolo chiaro e riconosciuto.

Oggi c’è, su questi temi, un motivo nuovo per sentirci meno isolati: la relazione del Garante Nazionale delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, che a partire da una visita alla Casa di reclusione di Padova, sottolinea con forza “la necessità che la fondamentale cooperazione tra chi amministra e istituzionalmente opera in un Istituto e chi in esso svolge attività volte a saldare proficuamente il rapporto con la realtà esterna risponda all’esigenza di chiarezza della diversità dei ruoli, nel rispetto reciproco. Tale cooperazione deve basarsi, infatti, da una parte, sul rispetto della responsabilità di chi esercita la propria azione in virtù di un mandato pubblico e, dall’altra, sul riconoscimento di quella complementarità essenziale che l’azione di organizzazioni, cooperative, enti esterni costituisce. Non un apporto subalterno, quest’ultimo, né di minore rilevanza“.

Complementarità e non subalternità: la scelta delle parole non è mai cosa da poco, ma qui è quasi rivoluzionaria. Penso per esempio al Protocollo operativo tra Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, sottoscritto nel 2014, e a quell’articolo 9 “Inosservanza delle condizioni di autorizzazione, comportamento pregiudizievole, inidoneità del volontario. Tentativo di conciliazione“. E penso anche di poter dire che in questi anni non c’è stato nessun tentativo di conciliazione per evidente disinteresse dell’Amministrazione, che ha sempre ignorato le nostre richieste di dialogo e confronto quando a qualche volontario è stata tolta l’autorizzazione all’ingresso in carcere.

Quel Protocollo oggi dovrebbe essere rinnovato, la nostra richiesta non è tanto di fare grandi cambiamenti, quanto piuttosto di dargli gambe per funzionare e luoghi per confrontarsi, ma un confronto che sia fatto, come scrive il Garante, con “uno spirito di cooperazione tra Amministrazione penitenziaria e società esterna, fondata sul rispetto dei diversi ruoli, in un rapporto paritario e costruttivo che coinvolge il Provveditorato e la Magistratura di Sorveglianza e che trova fondamento nella prospettiva di una pena costituzionalmente definita“.

Ma penso anche ai Progetti di Istituto, che raramente coinvolgono attivamente nella loro elaborazione quel Terzo Settore, che secondo una ricerca promossa dall’Università Bocconi nelle carceri milanesi, realizza l’80 % delle attività rieducative, e una situazione simile si può ritrovare in tanti Istituti penitenziari italiani.

Del resto, a proposito di parole, basta pensare che è lo stesso DAP che definisce certi Istituti “A elevata vocazione trattamentale“, come se la Costituzione permettesse ad alcune carceri di attuare percorsi di rieducazione a ritmo ridotto e con operatori che si possono permettere di non avere “una vocazione trattamentale”.

I progetti che costano fatica, i progetti “spot”, quelli che “intrattengono”

Parliamo allora di progetti partendo dal progetto “A scuola di libertà. Carcere e scuole: Educazione alla legalità”. È un progetto che abbiamo sperimentato per la prima volta nel 2002, e in molte scuole col passare degli anni è diventato “strutturale”, cioè tutte le penultime classi lo fanno. A Padova, dove il progetto è più radicato, intere generazioni sono coinvolte in questa autentica forma di prevenzione per i giovani a partire dalla realtà del carcere: e il male causato da tante persone detenute viene portato come testimonianza perché i ragazzi imparino a “pensarci prima” di lasciarsi andare a piccoli comportamenti rischiosi e di fare scelte sbagliate.

Questo progetto, così come altri progetti innovativi proposti dal Volontariato, noi crediamo che non possa diventare prevalentemente un luogo di “osservazione scientifica” della personalità dei detenuti. Dovrebbe piuttosto restare una occasione fondamentale di prevenzione per gli studenti, e però anche di crescita e di responsabilizzazione delle persone detenute stesse, ma non un momento di osservazione continua di queste persone, operata dalle figure professionali che lavorano nelle carceri. Collaborare con queste figure professionali per noi è fondamentale, ma la nostra non è una attività esclusivamente “trattamentale” gestita dal carcere, è un’attività che mira alla crescita culturale e umana delle persone coinvolte, studenti, insegnanti, volontari, persone detenute.

Anche su questo tema spende parole significative il Garante, spiegando che la partecipazione alle attività di osservazione e di trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati viene spesso interpretata da molti esponenti dell’amministrazione come il presenziare a ogni attività dei progetti in corso nell’Istituto. “Una partecipazione“, afferma il Garante, “che, concordata e non sistematica, può avere certamente una funzione anche di conoscenza, ma che qualora si trasformi in una presenza imposta e continua può avere il sapore di controllo: certamente può essere giusto sconsigliarla nei casi in cui chi conduce l’incontro voglia stimolare maggiore spontaneità e libertà espressive delle persone verso cui si attua un progetto anche maieutico“.

Chi ha paura della rieducazione?

Serve comunque una riflessione seria sull’idea di rieducazione e sui progetti realizzati nelle carceri. È tutto più semplice per chi fa “progetti spot”, quelli che durano lo spazio di un finanziamento e magari coinvolgono un gruppo limitato di detenuti per due o tre ore a settimana; è tutto più semplice per chi fa attività che sono considerate una bella vetrina da ostentare; è tutto più semplice per chi, come diceva una vecchia circolare, più che “trattamento” propone l’intrattenimento delle persone detenute. A noi, a dire il vero, non piace nessuna di queste due parole, perché forse le persone in carcere non hanno bisogno di essere “intrattenute” (intrattenere = Tenere compagnia in modo piacevole), ma nemmeno di essere “trattate”, maneggiate, studiate come fa un entomologo con gli insetti. C’è bisogno di confronto con la società esterna, di sentire la studentessa che racconta cosa ha significato per lei trovare dei ladri in casa di notte o l’insegnante che testimonia del terrore provato quando è stata presa in ostaggio durante una rapina: è soprattutto così, capendo quanto distruttiva e crudele è la paura provocata dai reati, che chi i reati li ha commessi si misura con la sua responsabilità, è dall’incontro con le vittime e con la loro sofferenza che nasce la consapevolezza del male fatto.

Osserva in proposito Mauro Palma: “La volontà del Legislatore di coinvolgere direttamente e a pieno titolo la società esterna nell’attività trattamentale è, del resto, evidente nell’articolo 17 o.p. che prevede che “la finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando e organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa“. Non si tratta quindi di soggetti la cui azione è tollerata, ma al contrario di attori la cui presenza deve essere “sollecitata”, evidentemente ritenendoli centrali nell’opera di reinserimento delle persone condannate“.

Competenze e bisogno di formazione congiunta

Il Garante parla anche di “collaborazione tra differenti attori nel rispetto della diversità dei ruoli e delle competenze“. Vorrei soffermarmi sulla parola “competenze”; io non ricordo, negli ultimi anni, di essere stata chiamata dall’Amministrazione penitenziaria a collaborare all’organizzazione di un corso di formazione che coinvolgesse tutte le componenti che a diverso titolo si occupano di percorsi rieducativi. Li chiamo “rieducativi” anche perché così li chiama la Costituzione, e io prima di buttare a mare il termine “rieducazione” vorrei promuovere un confronto proprio a partire da questa parola. E dalle competenze. Non credo di essere poco realista se dico che oggi c’è una parte consistente di Volontariato che ha competenze e che se le forma in un continuo processo di crescita, che poi significa veder crescere la qualità delle proposte di attività nelle carceri e sul territorio. Basta guardare la formazione organizzata dalla nostra Conferenza, di altissimo livello culturale, che ha saputo coinvolgere vittime, figli di persone detenute, detenuti, persone che hanno finito di scontare la pena, personalità del mondo della cultura, con la forza delle testimonianze, ma anche dello studio e dell’approfondimento.

Ripartiamo allora da qui, cercando di andare oltre quello che Mauro Palma, parlando della Casa di reclusione di Padova, definisce “un clima difficile che si sta vivendo all’interno dell’Istituto: un clima di sfiducia, di accentuato controllo, di insofferenza nei confronti della presenza attiva della società civile e imprenditoriale“, una descrizione che purtroppo può riguardare tante altre carceri.

C’è bisogno di ASCOLTO reciproco, di idee, di riflessioni profonde. Devo dire che nella Casa di reclusione di Padova c’è stata di recente la visita del Vice Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, Roberto Tartaglia, e del Direttore generale del personale e delle risorse, Massimo Parisi, che hanno voluto ascoltare volontari e operatori del Terzo Settore. Abbiamo apprezzato molto questo incontro e le modalità con cui si è svolto, è stata un’occasione che ci ha sorpreso positivamente per come le più alte cariche delle Istituzioni penitenziarie si sono dimostrate interessate a ciò che avevamo da dire.

Speriamo che questa visita, insieme alle parole del Garante, siano segnali chiari del fatto che i dirigenti del DAP, che si sono insediati da poco, unitamente alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, vogliano promuovere una fase nuova per le carceri, in cui Volontariato e Terzo Settore possano finalmente portare le loro idee dialogando su un piano di parità.

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti

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