Le parole dell’ergastolo ostativo: speranza, attesa, illusione, delusione, disperazione

di Ornella Favero*

Scrive Salvatore, ergastolano ostativo: “E alla mia età di 67 anni, di cui 33 di carcere, non ho più la forza e neanche la voglia di farmi ulteriormente logorare da attese senza fine. Per cui non chiedo niente così non dovrò aspettare niente“.

Ecco, Salvatore non sarà deluso dall’ultimo pronunciamento della Corte Costituzionale, che definisce l’ergastolo ostativo “incompatibile con la Costituzione”, ma dà alla politica un anno di tempo per cambiare la legge relativa alla ostatività, perché Salvatore ha rinunciato a sperare. Ma per tutti gli altri ergastolani ostativi, e le loro famiglie consumate dall’attesa, pensate davvero che un altro anno ad aspettare che qualcosa cambi sia cosa di poco conto?

Nella mia lunga storia di volontariato in carcere mi hanno insegnato che “per il colpevole la vittima è ‘cosificata’, resa un oggetto. Fino a quando non riuscirà a vedere nella sua vittima una persona, a capire il suo dolore, non riuscirà a sentirsi responsabile del suo crimine (parole di Adolfo Ceretti, criminologo)”.

Ho l’impressione che in qualche modo il meccanismo sia lo stesso anche da parte di tanti rappresentanti delle Istituzioni nei confronti dei “mafiosi”: ridurli a mostri per poter giustificare qualsiasi procedura, anche in violazione della Costituzione, che permetta di punirli in modo sicuro, esemplare, feroce. Perché per loro la storia è sempre la stessa, “tanto i mafiosi non cambiano mai”.

Io non voglio commentare questo ulteriore, lungo anno di attesa che si prospetta per chi in carcere già vive da decenni con poca speranza e tanta disperazione, voglio solo restituire a qualcuno di loro, e dei loro cari, la possibilità di ricordarci com’è la vita da ergastolani ostativi.

Eva, figlia di un ergastolano ostativo: “La detenzione di mio papà dura da ben 26 anni, io ne ho 28, e da tutto questo tempo io lo attendo. Da quando ne ho ricordo, io sto aspettando che papà torni a casa. Non ho ricordi di lui in casa, non ho ricordi di lui fuori casa, ma ho tanti ricordi di me che lo aspetto.

Ho accumulato in soffitta giochi, disegni, piccoli ricordi speciali, tutto al fine di mostrarglieli quando lui sarebbe tornato a casa. Ora ho una soffitta piena di tante cose da mostrargli, di cui nemmeno ricordo più io stessa; potrei gettarle tutte, ma ormai sono il ricordo della mia infanzia, adolescenza e maturità legato all’attesa del rientro di papà. Gli anni sono passati e lo stiamo attendendo ancora, tant’è che questa attesa è diventata parte di noi.

Papà ha avuto regimi carcerari duri, e in 7 anni l’ho vissuto solo per ben 84 ore“.

Claudio C., ergastolano ostativo: “Sono stato arrestato all’età di diciannove anni e non sono più uscito. Era il 22 dicembre 1989. Sono in carcere da 32 anni ininterrottamente. Non cerco attenuanti, non ne ho mai cercate. (…) Nella tarda adolescenza, sono rimasto coinvolto in una “guerra” tra gruppi criminali e ho commesso molti reati. In molti sono morti; troppi, amici e nemici. (…) Mi faceva paura l’idea di una “pena senza fine” ma non abbastanza da farmi scappare lontano dal caos in cui ero caduto e che alimentavo“.

Antonio L., ergastolano ostativo: “Da bambino andavo a trovare mio padre in carcere. Ricordo ancora quei momenti e quei viaggi così stancanti che mi hanno segnato per sempre. (…) Il dolore di me bambino si è riprodotto nei miei figli, e questo mi devasta, considerato che non dimentico la durezza di quel dolore e non riesco a perdonarmi per aver costretto loro alla stessa sofferenza. L’unica cosa che mi dà un po’ di conforto, è il fatto che i miei ragazzi non hanno seguito l’esempio negativo del nonno e del padre. Riesco a pensare che il futuro non sarà così triste e che forse anche io, che vivo in stretto rapporto con il carcere sin da piccolo, potrò un giorno vivere lontano da questo mondo“.

Tommaso R., ergastolano ostativo: “Nasco e cresco in un quartiere della città di Reggio Calabria dove è situato il carcere San Pietro, per la maggior parte noi del quartiere fin da piccoli conoscevamo bene il carcere perché avevamo un parente detenuto, mi ricordo che quando frequentavo le scuole medie il preside ogni martedì ci faceva uscire un’ora prima in quanto quasi tutti in classe dovevamo andare a colloquio dai nostri parenti. Quindi il carcere lo conosco da sempre. Ma non sono stati certo i molti anni di detenzione cattiva, senza speranza, quanto piuttosto l’esperienza di carcere più umano fatta qui a Padova, a spingermi a maturare la consapevolezza di come, con le mie scelte di vita, ho pesantemente condizionato quelle di mia moglie e delle mie figlie. Egoisticamente le ho incatenate a me e trascinate nel baratro più profondo, l’ergastolo ostativo“.

Francesca, figlia di un ergastolano ostativo: “Il carcere secondo me deve essere una struttura che aiuti il detenuto a prendere coscienza dei propri errori e a essere reinserito al meglio nella società, e non come hanno fatto con mio padre che è entrato a causa dei suoi errori, ma poi hanno gettato la chiave. Per forza sono arrabbiata con il mondo intero, perché crescere con un padre in carcere non è stato facile, affrontare ogni mio problema da sola non è stato per niente facile, se sei la figlia di un detenuto la gente ti giudica, ti discrimina, ti emargina e ti addita come se essere figlia di un detenuto, e ancora peggio di un ergastolano ostativo, fosse colpa mia, quindi sì ce l’ho con il mondo intero“.

Per finire, voglio rubare le parole ad Agnese Moro, che spiega perfettamente il senso del suo incontro con tanti ergastolani e il valore della parola ‘cambiamento’: “Incontrare quelle persone mi ha aiutato moltissimo. Nella mia mente vorticavano solo immagini mostruose, pensavo a qualcosa di onnipotente, di enorme. Invece ho capito che avevano un volto e avevano delle storie. Che erano esseri umani. E che sarei stata più felice se fossero riusciti a cambiare e a fare qualcosa di buono per la società“.

Vorrei che una come lei, con la sua forza e la sua straordinaria capacità di far venire fuori il meglio dalle persone, potesse sostenere, di fronte a quei politici che dovrebbero cambiare la legge entro un anno, le ragioni per cui l’ergastolo deve essere definitivamente “condannato”, se davvero vogliamo restare umani

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti

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