Ridurre i danni prodotti dal carcere, spezzare la catena della cattiva comunicazione

di Ornella Favero, Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti

Carcere e ospedali: quanto contano l’ascolto e la comunicazione

Ho avuto di recente un’esperienza difficile di malattia e di ospedale, e la voglio raccontare. Prima di tutto per un motivo “futile”, che è la consapevolezza di come funziona quel passaparola tra detenuti, e spesso anche operatori, che fa circolare le “notizie” nei luoghi di privazione della libertà e che viene definito spesso “radio carcere”. Essendo il carcere un luogo ancora poco trasparente, al suo interno si sviluppa di frequente una capacità, amplificata rispetto al mondo “libero”, di stravolgere tante notizie che arrivano dall’esterno. Ecco, su di me preferisco essere io a darle, le notizie, e a cominciare così a spezzare la CATENA DELLA CATTIVA INFORMAZIONE.

Dunque, gli antefatti. All’improvviso nella mia vita è successo qualcosa di drammatico: ho fatto una risonanza magnetica al cervello, a partire dagli acufeni nelle orecchie  che mi angustiavano e da un rimbombo che sentivo nella testa, e subito dopo una visita urgente da un neurochirurgo, che ha definito il mio cervello “un casino”. Ho capito che la cosa da cui muove tutto è una malformazione vascolare rara, per cui ho dovuto entrare quasi subito in ospedale, dove mi hanno fatto un intervento fondamentale su questa malformazione, durato otto ore, in anestesia generale, però certamente meno invasivo di una operazione chirurgica; un radiologo è entrato credo con un sondino dall’inguine e ha “risistemato” quel groviglio senza fare un taglietto. Cose da fantascienza, per cui mi reputo anche fortunata che esistano queste straordinarie tecnologie e questa specie di “maghi”. Sono uscita dall’ospedale dopo meno di due settimane a fine giugno e ci ritornerò a breve per la parte conclusiva dell’intervento.

Ma il vero motivo per cui voglio parlarne ha a che fare ancora una volta con una materia di cui noi volontari siamo davvero, credo, esperti: la COMUNICAZIONE SU TEMI COMPLESSI, che quando è cattiva è un moltiplicatore di ansia e di rabbia.

Le parole per restituire la complessità

A partire dalle esperienze di questi anni, di un volontariato che, sui temi del carcere e della complicata realtà esterna che si porta dietro, è sempre più maturo e consapevole del suo ruolo, mi sembra importante allora ripartire da alcune parole che raccontano i risultati significativi del lavoro che stiamo facendo, a cui oggi bisogna attingere per cercare di portare idee nuove in un sistema malato che vive ancora di violenza e di conflitti.

Prevenzione

Quando sono “esplose” davanti ai nostri occhi le immagini delle violenze di Santa Maria Capua Vetere, a tutti quelli che ci chiedevano di aiutarli a capire, attraverso la nostra competenza di volontari, perché fosse successo quell’orrore, abbiamo faticato molto a cercare di dare delle risposte sensate che non fossero di una generica e scontata indignazione. Il fatto è che il sistema delle pene e del carcere è ancora un sistema malato, e spesso iniquo. Per questo oggi è importante contrapporre a quei disastri violenti quelle attività che in questi anni hanno seriamente cercato di ridurre i danni prodotti dal carcere e hanno spinto a sperimentare la possibilità di un cambiamento profondo, perché questo è il momento di dare valore allo “sguardo lungo” del volontariato, che non ha mai accettato di farsi condizionare dall’alibi delle perenni emergenze carcerarie e che lavora da sempre per produrre percorsi significativi di prevenzione, e per scardinare la dittatura dell’idea di pena come “massimo della sofferenza possibile”.

In un Paese come il nostro, in cui si lavora quasi sempre sui disastri già avvenuti, e quasi mai su come prevenirli, la nostra redazione prima, e poi la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, hanno saputo per esempio far tesoro delle esperienze delle persone detenute, “offrendo” agli studenti, con il progetto “A scuola di libertà”, la possibilità di conoscerle per essere più consapevoli del rischio che c’è dietro certi comportamenti trasgressivi e violenti. Ecco, forse quello che abbiamo imparato in quel progetto potrebbe diventare prezioso anche per prevenire i conflitti e le violenze che spesso si incontrano nelle carceri. Perché la prima forma di prevenzione è che le persone, quando non capiscono, possano fare delle domande e aspettarsi, in tempi accettabili, delle risposte.

Ma non succede quasi mai così, e questa diffusa incapacità delle Istituzioni di dare risposte è quello che spesso accomuna gli ospedali e le carceri.

Quando ero in ospedale, ho osservato tante volte quanto si sottovaluta l’ansia del malato e il suo bisogno di avere risposte, che non significa essere “rassicurato”, ma piuttosto essere aiutato a capire. E ho ripensato al carcere, e a quante volte in questi anni mi irritavano le persone detenute, quando mi chiedevano qualcosa, e poi scoprivo che la stessa cosa l’avevano chiesta a tanti interlocutori diversi. Oggi ho capito meglio che questo atteggiamento è sì fastidioso, ma nasce da una disabitudine ad avere risposte, da una accettazione rassegnata del fatto che l’attesa non ha mai tempi certi, e anche dalla sensazione di non avere neppure il diritto di fare domande.

La frustrazione di sentirsi mal sopportati perché si fanno troppe domande o si cercano delle risposte in tempi decenti l’ho provata anch’io, da volontaria, nel mio rapporto con le istituzioni: quante volte mi sono sentita “rimessa al mio posto” per esempio da magistrati, coi quali pensavo di poter scambiare qualche riflessione su una persona detenuta che stavo seguendo? Quante volte ho dovuto cercare di stemperare l’angoscia dei detenuti e delle loro famiglie, sfiancati da attese senza fine? E quante volte mi sono sentita dire “deve avere pazienza”, riferito magari a un detenuto in carcere da trent’anni? Come se la condizione di detenuto legittimasse di fatto qualsiasi ritardo, attesa, mancata risposta.

In ospedale succede spesso qualcosa di simile. Anche lì dove ti curano benissimo, così come nel carcere che delle possibilità te le dà, sei comunque dipendente dalla disponibilità del personale ad ascoltarti e a dialogare, e invece l’ASCOLTO/DIALOGO E IL CONFRONTO non sono un di più, sono momenti fondamentali per affrontare la malattia, così come la carcerazione, con gli anticorpi per non farti schiacciare.

Comunicazione e informazione

Quando si ha a che fare con persone che stanno male, e la perdita della libertà, così come le difficoltà di salute sono situazioni di debolezza e sicura sofferenza, imparare a comunicare e informare correttamente significa ridurre enormemente l’ansia delle persone più fragili, e di conseguenza anche il rischio di reazioni rabbiose e violente. Le parole possono essere terapeutiche, quando esprimono empatia, ma anche quando sanno individuare i punti di maggior debolezza dei propri interlocutori e partire da lì per spiegargli quello che sta succedendo.

Ci sono momenti nella vita in cui se le persone, in carcere come in ospedale, fossero accompagnate passo passo a capire cosa gli sta succedendo, forse ci vorrebbe del tempo all’inizio, ma se ne risparmierebbe tanto dopo: perché si eviterebbero le domande ossessive, le ansie che scatenano comportamenti anche violenti, i conflitti, le sofferenze gratuite.  Un esempio? Lo posso fare per l’ospedale, io credo che sia stata una sofferenza “gratuita” risvegliarmi da otto ore di anestesia e dover “convivere” con una memoria a buchi, il non saper leggere neppure la mia scrittura, le allucinazioni, le parole che era come se scappassero e io non riuscissi ad afferrarle. Sapere da prima, in modo dettagliato quello che può succederti, dare dei confini chiari alla tua ansia, tutto questo sarebbe stato possibile se qualcuno mi avesse parlato di più. E se nelle carceri qualcuno dell’amministrazione penitenziaria avesse parlato di più, a inizio pandemia, di tutto quello che sarebbe stato fatto, a partire finalmente da un uso sensato delle tecnologie, per mantenere vivi i rapporti con le famiglie, nonostante la chiusura dei colloqui, forse molte cose sarebbero andate diversamente.

Formazione

Se imparare a comunicare è così importante, la formazione in carcere non può riguardare solo le singole categorie di operatori, ma deve essere fatta in un dialogo/confronto fra persone con diverse competenze, altrimenti il SISTEMA non cambierà mai (e si tratta di un SISTEMA, Santa Maria Capua Vetere ha definitivamente dimostrato che la teoria delle “mele marce” non regge).

Ricordo in proposito un intervento di Francesco Cascini, magistrato, ex Vice Capo del DAP e Capo del Dipartimento di Giustizia Minorile e di Comunità, a una Giornata di Studi di Ristretti Orizzonti:  “Io spesso incontro la polizia penitenziaria, facciamo continuamente corsi di formazione. La sensazione, parlando con loro, è che si sentano ancora in larga misura parti di un conflitto. (…) con l’esecuzione della condanna non inizia il periodo di risoluzione del conflitto, ma è la prosecuzione di quel conflitto”.

Ecco perché diventa fondamentale che tutti accettino l’idea di una formazione congiunta, dove punti di vista anche fortemente contrapposti possano trovare un ambito di confronto e di ricomposizione. Altrimenti ogni componente di quel sistema, che dovrebbe avere come faro la Costituzione, finisce per vivere in una specie di circuito a sé, dove nessuno mette in discussione i propri comportamenti e nessuno riconosce nell’Altro un interlocutore importante.

Mediazione

Qualche anno fa abbiamo sperimentato nella Casa di reclusione di Padova la mediazione di un conflitto violento tra due detenuti, con la guida di Adolfo Ceretti, uno dei massimi esperti di Giustizia riparativa, ma soprattutto uno dei massimi “esperti di umanità” nel trattare questi temi. Da lì è nata una proposta, presentata dalla redazione di Ristretti Orizzonti al Tavolo degli Stati Generali dell’esecuzione penale dedicato alla Giustizia Riparativa: istituire nelle carceri un Ufficio di Mediazione, con un mediatore non legato all’Amministrazione penitenziaria, ma a un Centro per la Mediazione esterno, così molti conflitti potrebbero essere prevenuti, soprattutto dedicando tempo e risorse alla formazione sui metodi dell’ASCOLTO.

Sostiene sempre Francesco Cascini che “…le ferite si rimarginano con gli incontri, il carcere può diventare un luogo molto più aperto di quello che è, questi luoghi anonimi possono essere riempiti di cose in modo da consentire le relazioni con le persone. Tutte le persone detenute che abbiamo sentito dicono che cambiano per il rapporto che c’è con l’esterno, per gli incontri che fanno”. Le vittime che accettano di entrare nelle carceri, di ascoltare le persone detenute e di farsi ascoltare, contribuiscono a rimarginare le proprie e le altrui ferite, ma anche le persone detenute che portano la loro testimonianza fanno un grande atto di giustizia riparativa, perché riparano in qualche modo al male fatto scavando tra le macerie del proprio passato per ricavarne un insegnamento per tanti ragazzi esposti a comportamenti sempre più rischiosi.

Ripartiamo allora da qui, riempiamo di contenuti la parola “rieducazione”, che se serve ad aiutare tutti a mettersi in gioco e non inchioda le persone al loro ruolo, ma le riconduce nell’ambito dell’ascolto, del confronto, del dialogo, è una parola importante, da “salvare” e a cui ridare valore.

Quando la ministra della Giustizia Marta Cartabia e il presidente Mario Draghi si sono recati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, hanno fatto un gesto denso di significati, hanno voluto esserci per dire che nessuna violenza può essere tollerata in nessun luogo del nostro paese e nei confronti di nessuno, neanche del più feroce criminale. Sarebbe importante per il futuro che in occasioni come queste le persone detenute potessero esprimersi non solo singolarmente, ma forti di un sistema di rappresentanza realmente democratico, dunque fatto di persone elette e non estratte a sorte, e questa deve essere un’altra battaglia che il Volontariato deve fare, per l’istituzione di una RAPPRESENTANZA VERA delle persone detenute. Perché passa anche da qui la strada per ridare la responsabilità delle proprie azioni a chi l’ha persa, o magari non ha mai saputo esercitarla davvero.

Ma il Volontariato in questa necessaria riforma dell’esecuzione penale deve fare qualcosa di più di “dire la sua”: deve vedere riconosciuto il suo ruolo, come lo configurano il Codice del Terzo Settore e le recenti Linee guida per il rapporto con la Pubblica Amministrazione che lo riguardano. Quindi, non più un ruolo subalterno, non più la sgradita sensazione di sentirsi  “ospiti” nelle carceri,  ma un rapporto con le Istituzioni che si svolga su un piano di assoluta parità, in cui tutti devono essere chiamati alla coprogettazione e alla coprogrammazione di quei percorsi dal carcere alla comunità, che devono essere al centro della vita detentiva. Perché è importante capire che una persona detenuta, che non riesca ad accedere in tempi accettabili al reinserimento nella società, rappresenta un rischio che chi, dentro alla società, ha davvero a cuore la sicurezza sociale non può correre.

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