Mettere insieme le forze, le risorse, gli sguardi sull’esecuzione delle pene

a cura della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

In tanti, fra Garanti dei diritti delle persone private della libertà ed esponenti del Volontariato e del Terzo Settore, si sono collegati, martedì 18 gennaio, all’incontro online indetto dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia insieme ai Garanti per monitorare la ripresa nelle carceri delle attività in presenza, cercare di evitare chiusure repentine e spesso poco utili, rilanciare l’azione del volontariato, sostenere le realtà territoriali più deboli, cercare di rafforzare le uniche cose buone “regalate” dal Covid, cioè l’uso massiccio delle tecnologie per sostenere i legami affettivi e i percorsi rieducativi.

E per lavorare perché dalle tante parole spese sulle condizioni delle carceri si passi alla concretezza dei provvedimenti, a partire da quelli che richiedono semplici azioni amministrative. Anche perché si respira tra i detenuti un clima di perdita di speranza, di fatica, di rabbia, reso più pesante dal fatto che i colloqui avvengono ancora con il divisorio in plexiglas e le famiglie non riescono in alcun modo a rendere meno dolorose le vite dei loro cari dentro carceri sempre più isolate dal mondo.

Nel corso dell’incontro, condotto dalla presidente della CNVG, Ornella Favero, con il Garante Nazionale Mauro Palma e il portavoce della Conferenza dei Garanti Territoriali Stefano Anastasia, hanno preso la parola numerosi garanti territoriali e referenti degli enti del terzo settore.

Unanime la preoccupazione per la situazione degli istituti di pena, pesantemente condizionata dal sovraffollamento e aggravata dalla forte ripresa della pandemia, che ha già indotto parecchie direzioni a chiudere le attività trattamentali, talvolta con scarne comunicazioni e drastiche sospensioni “sine die”. Tutto questo esattamente nella stessa maniera in cui è avvenuto nella drammatica fase iniziale del Covid, come se non fosse stato fatto tesoro degli errori, anche comunicativi, compiuti in quei giorni.

Non é chiaro, tra l’altro, quanti operatori penitenziari e quanti detenuti siano effettivamente vaccinati con le modalità indicate per la popolazione, e si tratta di dati importanti da conoscere se si vuole che non si sollevino allarmi ingiustificati sul rischio di una diffusione dei contagi, nonostante attualmente nelle carceri le persone effettivamente malate gravi siano, per fortuna, un numero molto ridotto.

Chi ha partecipato all’incontro ha condiviso la valutazione della necessità che dai vertici dell’Amministrazione penitenziaria giungano direttive chiare, anche (ma non solo) sulle prassi collegate al contrasto della diffusione del contagio da mettere in atto in modo omogeneo negli istituti.

In un incontro organizzato in videoconferenza lo scorso anno, subito dopo il lockdown, avevamo parlato della necessità di far funzionare stabilmente la collaborazione tra Ufficio del Garante nazionale, Garanti territoriali delle persone private della libertà e Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e sue articolazioni regionali.

Poniamoci allora realmente come obiettivo un reciproco coinvolgimento stabile nella progettazione e programmazione dei percorsi di reinserimento dal carcere al territorio, a partire dall’esigenza di riportare al centro della vita detentiva la Costituzione, e quell’articolo 27 che vale per tutti, nessuno escluso, e ha come obiettivo non la costruzione del “bravo detenuto, che sa farsi la galera”, ma il rientro e l’inclusione nella società.

Forte é la richiesta che la Ministra metta in atto ogni sforzo per migliorare in modo sostanziale la vita detentiva a partire sia da ciò che può essere fatto immediatamente per via amministrativa (per esempio rendendo estesa in tempi e orari la possibilità di telefonare e/o videochiamare i propri famigliari, anche per chi non lavora e non ha risorse personali). Ma servirebbe subito un provvedimento urgente di concessione di liberazione anticipata speciale, anche per compensare le enormi difficoltà e sofferenze a cui la popolazione detenuta é stata sottoposta dall’inizio della pandemia.

Se si iniziasse con un po’ di coraggio un percorso virtuoso di “compensazione” del troppo dolore di questi due anni di galera+virus con una liberazione anticipata speciale, un giorno di libertà restituito per ogni giorno vissuto nel carcere della pandemia, i numeri del sovraffollamento scenderebbero in modo significativo, e allora si potrebbe davvero cominciare a “rivoluzionare” un sistema, che è immerso in una crisi sempre più profonda.

Pensare di cambiare alcune norme non basta però, sono le persone che quelle norme le hanno applicate e le dovranno applicare che prima di tutto devono mettere in discussione il loro modo di porsi di fronte alla realtà nella quale vivono e operano, partendo da un’analisi seria dei motivi che in questi anni hanno paralizzato le necessarie riforme, fra i quali quell’assenza di efficaci strumenti di controllo, che ha permesso che un Ordinamento, che ha più di quarant’anni, sia in buona parte ancora disatteso.

Nella convinzione che oggi è fondamentale mettere insieme le forze, le risorse, gli sguardi rispetto a questi temi, chiederemo un incontro urgente in videoconferenza ai vertici del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria per iniziare un confronto, che deve diventare un momento stabile di verifica di quello che si può e si deve fare per avviare un cambiamento significativo dell’esecuzione delle pene.

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