Perché nessuno più in carcere diventi un “fascicolo vivente”

di Ornella Favero*

Una nuova circolare del DAP torna a parlare estesamente di rieducazione.

Mi è arrivata in questi giorni una lettera/articolo di uno dei miei “redattori detenuti”, che ha subito vari trasferimenti, certamente per responsabilità anche sue, ma considerando che è cresciuto in carcere, qualche domanda anche l’istituzione se la dovrebbe porre, rispetto a tanti ragazzi che si stanno bruciando la giovinezza nelle galere.

Lui è anche il primo che ha fatto, con Adolfo Ceretti, uno dei massimi esperti di Giustizia riparativa, una mediazione sperimentale per un pesante conflitto che aveva avuto con un compagno di detenzione, sfociato in lesioni gravi; lui è quello che a Ceretti ha ispirato il titolo della sua autobiografia, “Il diavolo mi accarezza i capelli”.

E oggi, nella sua lettera, Raffaele ha usato un’altra immagine fulminante nella sua efficacia, si è definito un “fascicolo vivente”. Una definizione perfetta per dire quanto, in questi anni, siano stati difficili, tortuosi, spesso inefficaci nelle carceri quei percorsi che avrebbero dovuto essere, per ogni detenuto, nessuno escluso, rieducativi, quindi trasformativi, e invece troppo spesso hanno inchiodato le persone al loro fascicolo. Che va di anno in anno gonfiandosi, perché quando le cose non funzionano tutto si trasforma in reclami, denunce, sanzioni disciplinari.

Ora una nuova circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria torna a parlare estesamente di rieducazione. È firmata dal Direttore generale del Personale e delle Risorse, Massimo Parisi, ed è dedicata alla “valorizzazione del ruolo e della figura professionale del Funzionario giuridico pedagogico“. Una cosa mi pare evidente, che dietro quella circolare non si sente il linguaggio della burocrazia, ma quello dell’esperienza sul campo in uno degli istituti più avanzati, Bollate, dove Parisi è stato direttore. E mi viene da dire che finalmente la sperimentazione di Bollate potrebbe e dovrebbe cominciare ad avere delle ricadute positive sulle altre carceri.

Tutto nuovo, dunque, in questa circolare? No, è una circolare che riprende le vecchie circolari sulla rieducazione, ne sottolinea i contenuti più significativi, e non dimentica di sviluppare le tante parti che in questi anni non hanno trovato l’applicazione che meritavano. E richiama anche l’Ordinamento Penitenziario, per come è stato riformato nel 2018. Una “piccola riforma” che però ha messo al centro del percorso rieducativo concetti importanti come autonomia, responsabilità, socializzazione e integrazione della persona detenuta, e questa circolare cerca di dare valore a questi concetti.

Vorrei allora provare a fissare l’attenzione su alcune parole chiave, con la consapevolezza che tutto il tema della rieducazione va ripreso e rifondato.

Potenzialità da valorizzare: Nella circolare si parla di attitudini e di potenzialità da incoraggiare e mettere a frutto, perché “in quanto soggetto adulto, del detenuto deve essere sostenuto il processo di autodeterminazione e la libera adesione alla proposta trattamentale dovrà essere coinvolta sin dalla fase di progettazione delle attività“. Niente di rivoluzionario, per carità, ma dare più spazio e credibilità al “buono” che c’è anche nel peggiore dei “fascicoli viventi”, aiutare le persone a ripartire da lì per ricostruire le loro vite non è così scontato: troppo spesso le persone che finiscono in galera si sentono delle nullità, a volte non hanno neppure la consapevolezza di possedere delle qualità, si sentono schiacciate sul loro reato, “reati che camminano” è l’efficace definizione data di sé da un altro detenuto.

Osservazione partecipata: Parlare più di “osservazione partecipata” che di “osservazione scientifica della personalità” e spostare l’attenzione dal colloquio individuale alla valorizzazione di sguardi diversi è un obiettivo che già era stato sottolineato dalla circolare del 2003, ma non si può certo dire che si sia realizzato, basta vedere quanto è ancora difficile far funzionare nelle carceri i Gruppi di Osservazione e Trattamento, che intorno all’educatore (FGP) dovrebbero raccogliere e mettere a confronto tutti gli operatori che sono coinvolti nel percorso di reinserimento di una persona detenuta, anche esterni all’amministrazione, come insegnanti, volontari, operatori del Terzo Settore. Operatori che dovrebbero poter dare un contributo significativo ai percorsi individuali, sostenendo con determinazione il passaggio dalla detenzione alle misure di comunità, tappa fondamentale della rieducazione.

Dinamismo e deburocratizzazione:Il principio che deve informare l’assetto organizzativo attorno alla figura (del FGP) è quello della deburocratizzazione“, “L’utilizzo di metodi/strumenti di osservazione diversificati caratterizza sempre più in senso dinamico la figura del funzionario giuridico pedagogico che deve muoversi all’interno delle sezioni, incontrare i detenuti, presenziare alle loro attività…“.

Ricordo quando tempo fa un direttore di carcere che stimo in modo particolare, Antonio Gelardi, mi ha spiegato l’espressione “fare il direttore con i piedi”: “Fare il direttore con i piedi è una espressione che si tramanda di esperienza in esperienza, a me la insegnò il mio primo direttore a Sollicciano, nella prima esperienza che feci, da vice direttore, in quell’istituto complicato. Vuol dire lasciare la scrivania, dove il problema è l’adempimento, per vivere la vita della comunità, toccare con mano, parlare, capire, incuriosirsi. Perché alla fine per quanto il carcere possa spegnere, ingrigire, la vita è un po’ come l’erba che spacca il cemento e viene fuori lo stesso“.

È un dinamismo che, e su questo non saremo ipocriti, non crediamo voglia dire essere presenti sempre alle attività, non avrebbe senso neppure se ci fosse il tempo per farlo, perché le persone detenute hanno bisogno di autonomia e di confronto, il più possibile libero, con operatori che non rappresentino le Istituzioni e non abbiano un ruolo ufficiale nella loro “scalata alla libertà” (che è inevitabilmente il loro primo obiettivo), ma certamente significa riconoscere l’importanza di queste attività e cercare il confronto, l’ascolto, il dialogo, nel rispetto del bisogno di “autodeterminarsi” del detenuto.

La circolare, proprio per questa necessità di far muovere una istituzione spesso ferma e incapace di capire i bisogni dei suoi utenti, parla esplicitamente del fatto che il Funzionario giuridico-pedagogico “dovrà essere facilmente contattabile e raggiungibile“, superando così la necessità della famigerata “domandina”. Quello che è importante è “prevedere la presenza del funzionario in un’ampia fascia oraria, organizzando anche turnazioni pomeridiane o preserali, dato che, come ampiamente evidenziato, il ruolo non si deve relegare a mansioni di back office che giustificherebbero orari unicamente mattutini, ma deve piuttosto essere incentivato a vivere appieno la vita dell’istituto“.

Questa questione degli orari ha già comprensibilmente scatenato il fastidio di molti operatori, perché lavorare con turni preserali non piace a nessuno, e anche perché, ovviamente, manca personale, e i 210 educatori in più promessi ancora sono immersi nei concorsi, ma che tante carceri dopo le tre del pomeriggio diventino un deserto, che le attività si svolgano tutte negli stessi orari e “si contendano” i detenuti l’una alle spese dell’altra non è più accettabile.

Rappresentanza:Si ritiene opportuno rilanciare il ruolo e l’importanza, da un punto di vista trattamentale, delle rappresentanze già previste nell’ordinamento penitenziario finalizzate alla rilevazione dei bisogni e alla valutazione delle proposte progettuali provenienti dagli stessi detenuti“. Su questa questione della rappresentanza Massimo Parisi potrebbe forse essere più coraggioso e parlare di una rappresentanza elettiva: a Bollate lui stesso l’aveva introdotta e, se non sbaglio, funzionava, perché le persone, elette dai loro compagni a rappresentarle, e aiutate dal volontariato a formarsi, dal momento che la formazione per i rappresentanti è una tappa cruciale della loro crescita, con questa esperienza sono maturate, hanno imparato a pensare sì a se stesse, ma anche agli altri, ai compagni di sezione, a chi ha più difficoltà a farsi ascoltare.

Incontri studenti/detenuti: È scarna la frase che ricorda l’importanza degli incontri tra persone detenute e studenti “buona prassi è l’organizzazione di incontri studenti/detenuti“. Bene comunque che la circolare lo riconosca, perché una delle esperienze che risulta più significativa nei percorsi rieducativi è proprio quella del confronto con le scuole: lo è per gli studenti, perché nelle narrazioni degli autori di reato scoprono quanto poco netta è la distinzione tra bene e male, e quanto facile è scivolare da un comportamento a rischio all’illegalità; lo è per le persone detenute, che attraverso le scuole si confrontano direttamente con le paure della società, a volte anche con la rabbia e l’ansia di chi ha subito un reato, e sentono di restituire qualcosa a quella stessa società aiutandola a fare prevenzione.

Lavoro di rete: È ampio lo spazio dedicato in questa circolare al lavoro di rete, cosa che sarebbe scontata ovunque, ma non lo è affatto in una istituzione che spesso ancora parla del Volontariato e del Terzo Settore come di ospiti, e tende a promuovere una specie di “autarchia”, una volontà di fare da sé perché così, riducendo il peso del mondo esterno, è più facile garantire la sicurezza: “È bene ribadire che tutti gli operatori che a vario titolo si occupano del detenuto (quindi anche operatori del privato sociale, del volontariato, della scuola, oltre alle figure istituzionali) devono essere coinvolti in quanto preziosa fonte di elementi di osservazione e incoraggiati ad operare in una rete virtuosa e multiprofessionale“.

Il ruolo decisivo della società: Se ancora così di frequente parte consistente dell’amministrazione penitenziaria ritiene le attività del Terzo Settore “non essenziali” o ancillari, tanto da chiuderle più e più volte nel corso della pandemia, anche quando grazie alle vaccinazioni qualcosa avrebbe dovuto essere cambiato nelle chiusure e nelle quarantene, e se il Terzo Settore non è riconosciuto neppure in una Commissione come quella che deve stilare il regolamento interno di un carcere, nonostante sia considerato da importanti ricerche come responsabile dell’80% delle attività rieducative negli istituti di pena, allora non è affatto superfluo che la Circolare ne ribadisca il ruolo, il peso, il valore: “È importante ribadire che se il coordinamento delle attività e degli interventi afferenti al trattamento è in capo al funzionario giuridico pedagogico, il mondo esterno ha un ruolo comunque formalizzato dall’ordinamento penitenziario (si pensi al fatto che il legislatore del 1975 ha inserito i contatti con il mondo esterno tra i principali elementi del trattamento) e quindi vanta un ruolo decisivo nel contesto penitenziario che deve essere promosso (e non solo per le funzioni spesso sussidiarie che ricopre)“.

Anni fa la redazione di Ristretti Orizzonti ha organizzato in carcere una Giornata di studi dal titolo “Il senso della rieducazione in un paese poco educato”. Il tema è ancora attuale e forte, proprio perché il nostro è un paese con uno scarso senso civico, e quanto meno la società ha coscienza dell’importanza di rispettare le regole, tanto più, paradossalmente, tende a scaricarsi la coscienza irrigidendo le regole per “i cattivi”.

Così l’intuizione dei padri costituenti, di dare alla pena una funzione rieducativa ben più che punitiva, rimasta spesso lettera morta, ha bisogno di trovare nuova linfa. Questa circolare mette dei punti fermi, c’è naturalmente ancora tanta strada da fare, per esempio sul tema della rieducazione dei “cattivi per sempre”, di quei mafiosi che la Costituzione non esclude affatto dall’articolo 27.

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti

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