Il modo migliore per salutare il nuovo Capo del DAP è mettere la nostra esperienza e la nostra competenza a disposizione

di Ornella Favero

Carlo Renoldi è il nuovo Capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. La Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ritiene che, in questo momento così difficile per le carceri, dopo due anni di pandemia che hanno raddoppiato le sofferenze delle persone detenute, il modo migliore per salutare il nuovo Capo DAP sia mettere la nostra esperienza e la nostra competenza a disposizione perché un cambiamento di rotta, forte e radicale, avvenga rapidamente.

Ci permettiamo anche di dire che, in una situazione complessa e disgregata come quella attuale, è importante coinvolgere, come è successo per gli Stati Generali dell’esecuzione penale, tutte le persone che hanno maturato una lunga esperienza che le ha portate a conoscere a fondo il mondo del carcere, che siano appassionate del proprio lavoro, che credano veramente che le persone detenute possono cambiare e che abbiano una spiccata propensione alla collaborazione e valorizzazione di tutti i soggetti che a vario titolo sono coinvolti nella complessa realtà dell’esecuzione penale.

La giustizia penale è “regina” delle trasmissioni televisive e al centro dei programmi politici di tutti gli schieramenti, il carcere molto meno: per questo diventa sempre più importante che chi questa realtà la conosce bene da dentro aiuti a riflettere sul fatto che il processo, la condanna, la galera, il male a cui si risponde con altrettanto male non ci rendono più sicuri né sono in grado di arginare e contrastare il disagio e la sofferenza sociale.

Vista la complessità dei temi riguardanti le pene, il carcere, le misure di comunità, e l’intenzione, più volte espressa dalla Ministra, di riformare profondamente le carceri e tutto il sistema dell’esecuzione penale, vorremmo con insistenza e pazienza presentare una sintesi delle proposte del Terzo Settore e le riflessioni da cui si sviluppano, a partire dalla consapevolezza che la privazione della libertà in carcere è di per sé una condizione innaturale che produce sofferenza, alienazione, isolamento. Si tratta, quindi, di lavorare per ridurne i danni là dove del carcere non si può proprio fare a meno.

La nostra proposta principale riguarda la costituzione di un gruppo di lavoro operativo, di cui facciano parte esponenti delle esperienze storiche e significative delle cooperative sociali e del volontariato, che in questi anni si sono distinte per le attività svolte tanto all’interno degli istituti penitenziari quanto nell’area penale esterna. Servono un dialogo e un confronto stabili con i referenti del DAP, proprio per non sprecare le competenze consolidate sul campo, ma per metterle a disposizione dell’Amministrazione e delle altre realtà coinvolte, con cui co-programmare e co-progettare i progetti di reinserimento delle persone detenute. È una sfida che ci sentiamo di affrontare perché ci sono temi, che il Terzo Settore ha portato avanti negli anni, che hanno permesso di costituire un patrimonio di conoscenze, che se non adeguatamente condiviso rischia di andare disperso.

Elenchiamo di seguito solo alcuni temi su cui il Terzo Settore lavora da anni e che potrebbero costituire il primo terreno di confronto e condivisione con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e il Ministero della Giustizia.

1. Affrontare la tematica del lavoro in carcere e fuori, valorizzando il patrimonio di esperienza sviluppato dalle cooperative attive nel territorio e capaci di portare all’interno delle carceri attività lavorative, che hanno tutte le caratteristiche del lavoro vero, qualificato, risocializzante. Attività lavorative che vanno modulate insieme a occasioni di istruzione in collegamento con la scuola, di crescita culturale, di cura della mente e del corpo, fondamentali per la responsabilizzazione delle persone detenute.

In carcere quindi serve più lavoro “formativo”, servono più attività costruite in vista del “fuori”, che è molto più complesso di quanto si aspetti la persona detenuta quando inizia a uscire con i primi permessi.

Ma serve anche mettere a fuoco la funzione, le finalità e il senso dei lavori di pubblica utilità rispetto alla natura e al valore del lavoro retribuito.

2. Co-progettare un piano per una formazione congiunta tra operatori dell’Amministrazione Penitenziaria (agenti di polizia penitenziaria, personale dell’area pedagogica, personale amministrativo), magistratura di sorveglianza, istituzioni quali quella scolastica e sanitaria, e Terzo Settore con il duplice obiettivo, da un lato di promuovere una maggiore conoscenza reciproca utile ad abbattere i pregiudizi, dall’altro di sviluppare le diverse competenze arricchite dalla pluralità degli sguardi. La formazione e la ricerca congiunte sono fondamentali anche per ripensare i percorsi rieducativi individualizzati, basati sulla continuità delle proposte educative, sul confronto con la società esterna, sul graduale reinserimento nella comunità.

3. Sviluppare tutte le iniziative per sostenere gli affetti delle persone detenute, a partire dall’uso allargato al massimo delle tecnologie. Se a inizio lockdown fossero state subito messe in atto le misure per ampliare il numero delle telefonate e introdurre le videochiamate, forse la paura e la rabbia sarebbero state più contenute, ma quello che non si può più cambiare ci deve però insegnare per il futuro, e il primo insegnamento è che, quando finirà l’emergenza, non vengano tagliate le uniche cose buone che la pandemia ha portato, il rafforzamento di tutte le forme di contatto della persona detenuta con la famiglia come le videochiamate e Skype, e l’uso delle tecnologie per sviluppare più relazioni possibile tra il carcere e la comunità esterna.

4. Mappare le esperienze di giustizia riparativa realizzate negli istituti penitenziari, a cominciare dai percorsi di autentica rieducazione in cui famigliari di vittime di reati, come Agnese Moro, Fiammetta Borsellino, Silvia Giralucci, Benedetta Tobagi, Giorgio Bazzega accettano di entrare in carcere e di aprire un dialogo con le persone detenute: è infatti dall’incontro con le vittime e con la loro sofferenza che nasce la consapevolezza del male fatto. Sono esperienze importanti per promuovere la cultura della mediazione anche nella gestione dei conflitti all’interno delle carceri e avviare su questi temi percorsi innovativi, con il sostegno di mediatori penali professionali, come già si è sperimentato a Padova. Perché questi conflitti, affrontati solo con rapporti disciplinari, perdita della liberazione anticipata, trasferimenti, alla fine allungano la carcerazione delle persone punite e non affrontano affatto il tema cruciale, che è quello della difficoltà a controllare l’aggressività e la violenza nei propri comportamenti.

5. Valorizzare l’esperienza dei progetti di confronto con le scuole che hanno coinvolto negli anni decine di migliaia di studenti in incontri con le persone detenute, sottolineando il ruolo delle narrazioni nei loro percorsi rieducativi. Il progetto “A scuola di libertà” rappresenta una esperienza che, se per gli studenti è di autentica prevenzione, per le persone detenute è una specie di restituzione: mettendo al servizio delle scuole le proprie, pesantissime storie di vita i detenuti restituiscono alla società qualcosa di quello che le hanno sottratto. E non meno significativi sono gli incontri con vittime di reati, famigliari delle persone detenute, operatori della Giustizia.

6. Mettere in rete gli Sportelli di Orientamento Giuridico e Segretariato Sociale, di modo che le competenze e le buone prassi su materie complesse come la residenza, le pensioni, i documenti di identità diventino patrimonio di tutti.

7. Porre mano alla questione dell’accoglienza in strutture abitative, senza la quale si rischia di sprecare le opportunità lavorative esterne e la possibilità di usufruire di misure di comunità.

8. Mettere a disposizione del DAP le risorse del Terzo Settore nell’ambito dell’Informazione e della Comunicazione. Sono tante da questo punto di vista le esperienze concrete, dalla Rassegna Stampa quotidiana di Ristretti Orizzonti, di cui usufruiscono tantissimi operatori della Giustizia, ai seminari di formazione per giornalisti, realizzati in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti in alcune carceri, ai Festival della Comunicazione dal carcere e sul carcere, organizzati dalla Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia con interventi dei massimi esperti in materia.

9. Le tecnologie possono essere anche uno straordinario strumento per promuovere un confronto continuo tra gli istituti penitenziari sull’organizzazione della vita detentiva, che deve diventare un momento stabile di verifica di quello che si può e si deve fare per avviare un cambiamento significativo dell’esecuzione delle pene. Pensare di cambiare alcune norme non basta però, sono le persone che quelle norme le hanno applicate e le dovranno applicare che prima di tutto devono mettere in discussione il loro modo di porsi di fronte alla realtà nella quale vivono e operano, partendo da un’analisi seria dei motivi che in questi anni hanno paralizzato le necessarie riforme, fra i quali quell’assenza di efficaci strumenti di controllo, che ha permesso che un Ordinamento, che ha più di quarant’anni, sia in buona parte ancora disatteso.

Siamo certi che sia fondamentale l’esistenza di uno spazio strutturato, in cui i rappresentanti del Terzo Settore possano mettere a frutto decenni di conoscenza sul campo in un confronto continuo con il DAP, coinvolgendo anche nuove rappresentanze delle persone detenute, finalmente elette e non estratte a sorte, proposta questa avanzata da noi da tempo e ora ripresa e sostenuta dalla Commissione per l’innovazione dell’esecuzione penale. Questo permetterebbe finalmente che le sperimentazioni ed innovazioni introdotte in certi istituti abbiano una positiva ricaduta in tutte le realtà detentive, superando finalmente la divisione tra istituti “con vocazione trattamentale” e istituti con pochissime attività, e spesso più di “intrattenimento” che di reale valore rieducativo.

Forte è la richiesta che venga messo in atto ogni sforzo per migliorare in modo sostanziale la vita detentiva a partire da ciò che può essere fatto immediatamente per via amministrativa (per esempio rendendo estesa in tempi e orari la possibilità di telefonare e/o videochiamare i propri famigliari, anche per chi non lavora e non ha risorse personali). Ma per mettere mano a una riforma delle carceri servirebbe subito un provvedimento urgente di concessione di liberazione anticipata speciale, anche per compensare le enormi difficoltà e sofferenze a cui la popolazione detenuta è stata sottoposta dall’inizio della pandemia. Se si pensasse a una liberazione anticipata speciale, un giorno di libertà restituito per ogni giorno vissuto nel carcere della pandemianel carcere dell’assenza di rieducazione, i numeri del sovraffollamento scenderebbero in modo significativo, e se poi le assunzioni di personale educativo e di direttori avvenissero per strade più rapide dei concorsi, allora si potrebbe davvero cominciare a “rivoluzionare” un sistema, che è immerso in una crisi sempre più profonda.

La forza delle nostre proposte discende dal contatto quotidiano che abbiamo con le persone detenute e la loro sofferenza, e non esclude nessuno, neanche i mafiosi, neanche le persone ritenute da quasi tutti, ma non dalla Costituzione, “cattivi per sempre”. La forza discende anche dal desiderio di collaborare a dar loro delle risposte, e da tutta la passione ed il coinvolgimento, che in ciascuno di noi continuano a vivere e a spingerci a mettere a disposizione idee ed energie per cambiare una realtà complessa come quella del carcere. È una sfida quotidiana in cui non c’è niente di scontato e dove le vere soluzioni sono principalmente nelle mani delle persone e della loro capacità di lavorare insieme, moltiplicando così il valore del contributo di ognuno.

Cogliamo l’occasione per dare la nostra disponibilità ad approfondire con il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria il tema del rapporto tra istituzione penitenziaria e Terzo Settore, un tema che può essere davvero importante e innovativo, e a tal fine ci impegniamo a coinvolgere nel dibattito di approfondimento esperti del Terzo Settore di levatura altissima come i professori Stefano Zamagni, Luca Antonini, Giuliano Amato.

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e direttrice di Ristretti Orizzonti

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