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Di troppe speranze deluse in carcere si muore

di Ornella Favero*

 “Fate presto” era stata quasi una preghiera insistente e pressante fatta dal Volontariato alla ministra della Giustizia a proposito delle carceri, e dell’importanza del tempo e dell’attesa aveva parlato anche il Garante nazionale nella sua relazione annuale: eppure, non si è fatto in tempo, appunto, a fare quello che si poteva e si doveva fare, dare cioè dei segnali forti, continui, chiari alle persone detenute, cercando di tradurre le speranze alimentate dalle parole della ministra in misure concrete.

Ma qualcuno riesce a immaginare cosa vuol dire vivere in celle anche con un caldo asfissiante, chiusi, senza possibilità di salvezza, arrabbiati con il mondo? Sì arrabbiati, e con ragione, a meno che non pensiamo che sia lecito torturare chi ha sbagliato e sta pagando con la galera. E delusi, soprattutto delusi: perché la fine del governo Draghi ha decretato ancora una volta che il carcere non è mai una priorità, e che nessuno è davvero convinto che le carceri siano lo specchio della società, e che carceri poco umane siano il segno di una società con un deficit sempre più pesante di umanità.

Qualcuno, per esempio, ricorda, qualche anno fa, lo “scandalo” che ha coinvolto la ministra Cancellieri e la detenuta Giulia Ligresti (tra l’altro, poi assolta…) quando una telefonata della allora ministra che si interessava delle condizioni della detenuta, amica di famiglia, scatenò scandalizzate reazioni del mondo politico? Noi allora dicemmo che eravamo ben contenti se la ministra vigilava sulle condizioni di detenzione, e accogliemmo con apprezzamento sincero la notizia che il DAP avrebbe istituito un servizio telefonico H24 per i famigliari e gli operatori che volevano segnalare situazioni a rischio.

Solo che ci risulta che nulla di tutto questo sia più stato fatto. E ci ritroviamo sempre lì, a contare i morti, che quest’anno sono tanti, sono davvero tanti. L’8 agosto, sulla scia di tutti questi morti, è uscita una circolare, a firma del Capo del DAP, dedicata al drammatico tema dei suicidi nelle carceri, e di come prevenirli.

Una circolare minuziosa, attenta, che non lascia intentato nulla per stanare il malessere e intercettare i motivi che possono provocarlo, una circolare che cerca di coinvolgere tutti, dagli operatori penitenziari a quelli sanitari, ai Garanti, ai volontari, ai magistrati, tutto il mondo che ha a che fare con la vita detentiva. Ma… ma… è una circolare che si misura molto con le situazioni a rischio, i segnali di sofferenza, i motivi di un possibile crollo psicologico, e crea infiniti strumenti di controllo e di vigilanza, però si misura poco con le condizioni di vita nelle carceri, e con quello che sta succedendo ora, in questo 2022, e che ci interroga sulle cause di questo aumento dei suicidi e su tutta questa disperazione.

Che è, appunto, prima di tutto la PERDITA DELLA SPERANZA, il crollo delle aspettative: il governo, i partiti non sono riusciti a fare neppure uno straccio di liberazione anticipata, che compensasse in qualche modo la doppia sofferenza della pandemia vissuta dentro alle galere. Le Commissioni hanno lavorato, hanno prodotto proposte, tutto poi crollato, tutto inutile, tutto carta straccia.

Ci sono però due piccoli elementi nuovi in questo disastro generalizzato dei suicidi nelle nostre galere: il primo è che di fronte al suicidio di una persona detenuta forse per la prima volta qualcuno delle Istituzioni ha avuto il coraggio di chiedere scusa, e di interrogarsi sulle responsabilità, anche sulle sue personali di magistrato di Sorveglianza. Si tratta di Vincenzo Semeraro, il magistrato che si occupava dell’esecuzione della pena di una giovane detenuta, che si è tolta la vita a Verona: “Se in carcere muore una ragazza di ventisette anni come è morta Donatella, significa che tutto il sistema ha fallito. E io ho fallito, sicuramente”.

E poi c’è l’appello di David Maria Riboldi, cappellano nel carcere di Busto Arsizio, semplice nella sua disarmante verità: “Mettete il telefono in ogni cella, come in altri paesi europei”, solo così si potrà salvare qualche vita. Ecco, se vogliamo davvero riuscire nell’impresa disperata di prevenire qualche suicidio, dobbiamo prima di tutto pensare a questo, a dare ad ogni detenuto la possibilità, nei momenti in cui la sofferenza morde di più, di attaccarsi al telefono e chiamare casa.

È la stessa richiesta che la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia ha avanzato il 29 luglio, a un incontro con il Capo del DAP, Carlo Renoldi, e il Vice Capo, Carmelo Cantone: e non parlateci per favore di problemi di sicurezza, niente ormai è più controllabile di un telefono. Sosteniamo insieme questa richiesta, chiediamo alla politica di fare almeno questo, parliamo chiaro come ha fatto il magistrato: il sistema sta fallendo, ha fallito con tutte queste morti, cerchiamo davvero di fermarne qualcuna.

Per ultimo, ricordiamo che da circa vent’anni Ristretti Orizzonti raccoglie, nel dossier “Morire di carcere”, tutte le storie dei detenuti morti nelle carceri italiane, per suicidio, per malattia, per overdose, per “cause non accertate”. Siamo riusciti così a restituire un’identità a centinaia di loro, togliendoli dall’anonimato delle statistiche sugli “eventi critici” e ridandogli la dignità della loro sofferenza.

La sofferenza che arriva al gesto di togliersi la vita è difficilmente prevedibile, ma provare a riaccendere la speranza con misure che riavvicinino le persone detenute ai loro cari è una delle poche strade praticabili. FATELO IN FRETTA, per carità.

*Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizie e direttrice di Ristretti Orizzonti

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