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Allarghiamo gli affetti ristretti dal carcere – Le proposte del Volontariato

a cura della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia

Permettere alle persone detenute di salvare i loro affetti è importante sempre: lo è nella fase iniziale della carcerazione, che è uno dei momenti di particolare fragilità, in cui il rischio suicidi è decisamente alto, lo è poi in quella fase della detenzione in cui la persona detenuta vive nell’attesa di poter accedere ai permessi, e ricostruirsi davvero i legami famigliari e le relazioni sul territorio.

Ed è anche un investimento sulla sicurezza, perché solo mantenendo saldi i legami dei detenuti con i loro cari, genitori, figli, coniugi, compagni e compagne, sarà possibile immaginare un reinserimento nella società al termine della pena*.

L’Ordinamento penitenziario del 1975 è un Ordinamento per molti versi ancora attuale, spesso purtroppo non rispettato, ma forse la parte più invecchiata è proprio quella che riguarda gli affetti. E proprio quella parte non è stata però toccata dai recenti interventi di riforma dell’Ordinamento penitenziario.
È vero che nel percorso di reinserimento delle persone detenute sono previste tappe importanti come i permessi premio e le misure di comunità, fondamentali proprio per ricostruire prima di tutto i legami famigliari e le relazioni, ma è altrettanto vero che prima di accedere a questi, che ancora sono benefici e non diritti, le persone spesso trascorrono anni in carcere e dovrebbero cercare di salvare i loro affetti con sole sei ore di colloqui al mese e dieci minuti di telefonata a settimana (questo succedeva prima del Covid, e non deve succedere che si torni a quel regime).
Ecco perché riteniamo che l’Ordinamento andava cambiato proprio su questi temi, ma non lo si è ancora fatto.

Se si vuole davvero tentare di prevenire almeno qualche suicidio, si deve pensare prima di qualsiasi altra cosa a rafforzare in tutti i modi i rapporti delle persone detenute con le famiglie, e l’unica strada percorribile è, come ha proposto con forza il cappellano del carcere di Busto Arsizio, concedere a TUTTE LE PERSONE DETENUTE di disporre di un cellulare in cella e di poter chiamare liberamente i propri cari. Le forme di controllo ci sono, oggi niente è più controllabile di un telefono cellulare.

Quello che è importante è che il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria provveda intanto a inviare una nuova circolare, totalmente dedicata a promuovere in tutte le carceri condizioni più favorevoli a mantenere e curare i rapporti delle persone detenute con le loro famiglie:

  • Allargare al massimo le possibilità di telefonare e fare le videochiamate, considerando l’emergenza suicidi alla stregua dell’emergenza Covid.
  • Dare la possibilità di aggiungere alle sei ore di colloqui previste ogni mese alcuni colloqui “lunghi” nel corso dell’anno per pranzare con i propri cari; consentire sempre, per chi fa pochi colloqui, di cumulare più ore; ampliare la possibilità di fare colloqui il sabato e la domenica, e la loro durata.
  • Migliorare i locali adibiti ai colloqui, e in particolare all’attesa dei colloqui, anche venendo incontro alle esigenze che possono avere i famigliari anziani e i bambini, oggi costretti spesso a restare ore in attesa senza un riparo (servirebbero strutture provviste di servizi igienici); attivare le aree verdi per i colloqui, dove esistono spazi esterni utilizzabili.
  • Autorizzare tutti i colloqui con le “terze persone”, che permettono alle persone detenute di curare le relazioni anche in vista di un futuro reinserimento.
  • Autorizzare colloqui via Internet per i detenuti (anche quelli dell’Alta Sicurezza), utilizzando Skype e le videochiamate, introdotte causa Covid, che oggi costituiscono uno strumento fondamentale per salvare i rapporti famigliari.
  • Rendere più chiare le regole che riguardano il rapporto dei famigliari con la persona detenuta, uniformando per esempio le liste di quello che è consentito spedire o consegnare a colloquio, che dovrebbero essere più ampie possibile, raddoppiare il peso consentito per i pacchi da spedire alle persone detenute.
  • Destinare, come già avviene in Inghilterra, un fondo al sostegno alle famiglie indigenti, pagando loro le spese per un determinato numero di colloqui all’anno (in Inghilterra sono 26), attingendo magari alla Cassa delle Ammende, una delle finalità della quale è proprio il sostegno alle famiglie.
  • Avere una maggiore trasparenza sui trasferimenti non richiesti dalle persone detenute, che dovrebbero essere ridotti al minimo, e rispettare i principi della vicinanza alle famiglie e della possibilità di costruire reali percorsi di risocializzazione sul territorio (tenendo conto del fatto che la recente riforma dell’Ordinamento, all’Art. 14 dice “I detenuti e gli internati hanno diritto di essere assegnati a un istituto quanto più vicino possibile alla stabile dimora della famiglia”).
    Un capitolo a parte merita il tema del rapporto dei genitori detenuti con i figli, che in Italia vede già impegnate molte realtà dell’associazionismo, ma richiede un ulteriore investimento di risorse sia da parte del DAP, sia da parte degli Enti locali, che delle associazioni di volontariato.

Quelle che seguono sono invece alcune proposte concrete per rendere il carcere “più umano”, che RICHIEDONO UN CAMBIAMENTE DELLA LEGGE ATTUALE, ma che sono fondamentali per la cura degli affetti delle persone detenute:

  • “Liberalizzare” stabilmente le telefonate per tutti i detenuti, come avviene in molti Paesi già oggi, sia per quel che riguarda la durata che i numeri da chiamare. Telefonare più liberamente ai propri cari potrebbe anche costituire un argine all’aggressività determinata dalle condizioni di detenzione e una forma di prevenzione dei suicidi.
  • Consentire i colloqui riservati di almeno 24 ore ogni mese, da trascorrere con la famiglia senza il controllo visivo. Consentire inoltre che i colloqui ordinari siano cumulabili per chi non fa colloquio con i familiari almeno ogni due mesi.
  • Aumentare le ore dei colloqui ordinari, dalle sei ore attuali, ad almeno dodici ore mensili, per rinsaldare le relazioni, perché alla base del reinserimento nella società c’è prima di tutto il rientro in famiglia.
  • Ampliare la durata dei permessi premio, attualmente previsti in un massimo di 45 giorni annui, in modo da garantire sia l’effettivo avvio del percorso di reinserimento della persona detenuta nella società sia una sua maggiore e più consapevole assunzione di responsabilità, con indubbie ripercussioni positive sulla sicurezza sociale
  • Ampliare la possibilità di usufruire dei permessi ex art. 30 O.P. superando l’accezione negativa dell’inciso “evento familiare di particolare gravità”, in particolare, riformulando l’articolo in questione al fine di rendere non occasionali le pronunce della Magistratura che già ora non identifica il concetto di gravità solo con riguardo ad eventi di carattere luttuoso, o comunque negativo, ma lo associa anche ad eventi rilevanti ai fini del percorso di reinserimento della persona detenuta.

Mantenere contatti più stretti con i propri cari quando, nelle condizioni di privazione della libertà, si è più a rischio e il sostegno familiare potrebbe evitare azioni dalle conseguenze drammatiche, o poter essere parte attiva e dare sostegno o conforto a un familiare che stia male, potrebbe davvero costituire la prima e più profonda forma di umanizzazione delle carceri.

*La nostra esperienza è confermata anche dallo studio statistico a cura di Daniele Terlizzese e Giovanni Mastrobuoni in “Rehabilitating Rehabilitation: Prison Conditions and Recidivism”, Einaudi Institute for Economics and Finance e Università di Essex (2014), sulle cause di riduzione della recidiva nel carcere di Bollate. Una delle conclusioni dello studio dimostra che la recidiva certamente si abbatte nel caso di detenuti che hanno relazioni familiari. Relazioni che favoriscono anche condizioni di vita più dignitose e che sembrano in sé sufficienti per attivare la riabilitazione.

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